Diversità o ricchezza, disagio o opportunità?

Nell’articolo si parlerà del disagio come opportunità di trasformazione

Nella nostra società usare il termine “anziano”, o peggio che mai, “vecchio” pare sia sbagliato. Da qui una serie di perifrasi, aggiustamenti, spesso ridicoli, che mascherano la verità. Come i ciechi vengono definiti “non vedenti”, o un disabile viene definito “diversamente abile”, con verità alternative, Perché, che bisogno c’è di cambiare le parole? Se la verità è vissuta come un oltraggio, la finzione diviene l’unica via percorribile lungo il cammino di un’illusione questa sì, oltraggiosa. De Robertis, 2007

Il Disagio e la Risorsa

Come prima cosa vi chiedo di modificare il titolo in questo modo: Diversità e ricchezza, disagio e opportunità? Sembra altrimenti un aut-aut che toglie, diminuisce e scinde mentre a me piace pensare a tutto ciò che include. Fatta questa richiesta vorrei collocare questo intervento all’interno di un vertice teorico che definisco “clinico” nel senso che ha a che fare con la dinamica delle relazioni. Di nuovo mi interesso del titolo e trovo che le parole che colpiscono sono disagio e risorsa.

Per capire immediatamente la questione basta proporre un piccolo esperimento. Quanti di quelli seduti oggi vanno dallo psicologo o hanno fatto un percorso in passato che l’aiutasse a superare il proprio disagio?
Immagino non siamo in molti e qui ci sono anche molte persone in quale modo “sensibile” al tema, nel senso di persone che sanno chi è lo psicologo, cosa fa ecc. Anzi persone che forse in più di un’occasione hanno suggerito ad utenti, amici e colleghi di andare dallo psicologo. Cominciamo dalla parola*.

Il termine italiano disagio è un composto del prefisso dis-, che ha valore negativo del sostantivo agio cioè comodità, ed ha in primo luogo il valore contrario alla “comodità”. Disagio implica lontananza, sentimento d’esser lontano dal luogo della chiarezza e della decisione.

Potremmo definire lontano da cosa? Vi propongo di pensare al disagio entro la dicotomia modello-scarto dal modello (Carli, 2001), laddove il modello rappresenta ciò che è desiderabile, migliore, avanti, sopra, alto, mentre lo scarto dal modello, rappresenta ciò che va assolutamente cambiato perché non desiderabile (dietro, sotto, basso). Quindi potremmo dire che il disagio è lontano dal modello, dalla desiderabilità del modello.

Ecco il punto. Se il disagio fosse una risorsa, un’opportunità, allora perché tutta questa fatica nel riconoscerlo? Soprattutto nel riconoscerlo in noi? Nell’altro è facile, sia riscontare il disagio sia dirgli che è un’opportunità, che dalla crisi esce fuori il cambiamento eccetra eccetra. Mi sembra ci sia un po’ di retorica in tutto questo perché se fossimo coscienti del nostro disagio sapremmo certamente quanto è difficile, complicato, complesso trasformare il disagio in risorsa. Sentirsi, riconoscersi in una situazione di disagio non è bello, è doloroso, muove l’angoscia profonda, e rende disperati. Prima di pensare al disagio come risorsa allora dobbiamo fare un passo indietro ed entrare nella dinamica della parola disagio, più che nel fenomeno. Parliamo delle emozioni legate al disagio.

Il tema della vergogna

Intanto quando penso al disagio personalmente associo sempre la parola vergogna. Perché non conosco nessuno che non provi vergogna a sentirsi in una situazione di fragilità o debolezza. Di nuovo la domanda: come possiamo vedere il disagio come una risorsa se ce ne vergognamo?

Gli anziani che frequentano il centro diurno**, e le loro famiglie, vi garantisco che non sono arrivati felicissimi essendo classificati come “fragili”, anzi le fantasie che circolano intorno a questo sono devastanti perché hanno a che fare con l’inefficienza, la demenza, la solitudine, la morte.

Il ragazzo (disagio giovanile) che viene contattato dall’educativa di strada o che frequenta i centri di aggregazione, non vuole essere categorizzato come un disagiato. I pazienti psichiatrici e i disabili portano con loro uno stigma pesantissimo da questo punto di vista. E che ne pensiamo di chi ha un passato di tossicodipendenza o è stato in carcere? Faccio questi esempi perché mi risultano più semplici visto che vengo dai servizi ma mi verrebbero anche molti esempi presi dalla vita di tutti i giorni, delle vite familiari di tutti noi.

Un’altra parola che mi viene in mente è la parola impotenza. Chi vive una situazione di disagio il più delle volte, almeno per ciò che è la mia esperienza, si sente impotente di fronte a ciò che gli capita. Il cambiamento che dovrebbe portare con sé la crisi non è così facilmente rintracciabile quando si sta in una posizione di impotenza (ed infatti molti di voi in una situazione di disagio avete ammesso all’inizio non sareste andati dallo psicologo per esempio).

Quando si parla di emozioni non è così semplice o automatico poter dire che il disagio è una risorsa. Se alla paziente che viene a studio gli dicessi che il suo disagio non è altro che una ricchezza, se mi va bene, se ne andrebbe sbattendo la porta. Sapete quando l’altro accetta il nostro aiuto? Vi racconto di un’operatrice del centro diurno che ha un problema di Parkinson e ha le mani quasi senza attività circolatoria, questo non le permette di scrivere, per esempio. Questo, nonostante la sua esperienza e saggezza indiscutibili e presenza a sé stessa, le crea ancora difficoltà ed imbarazzo. Durante un laboratorio di arte terapia fu messa in coppia con un anziano colpito da diversi ictus il quale ha compromessa, tra le altre cose, tutta la parte della motricità fine. Il compito per il laboratorio era quello di fare il ritratto l’uno dell’altra. Immaginate che compito “impossibile” per tutti e due. L’operatrice provava l’imbarazzo di non essere in grado di aiutare l’utente perché essa stessa in difficoltà. L’evento eccezionale fu che fecero l’esperienza di una vicinanza intima, profonda, critica, e trasformativa che li unì e li aiutò e per loro quella situazione rappresentò una risorsa da un punto di vista relazionale.

Quando si parla di disagio mi viene spesso da pensare, come accennavo prima, che ci sia un modello di normalità (l’operatore in questo caso) e che chi è nella situazione di disagio rappresenti lo scarto dal modello (l’utente) (Carli, 2001).

Un’altra parola che mi viene in mente è diversità. Chi è in una situazione di disagio è “diverso”, purtroppo non nel senso utile del termine, ma lontano dall’uguale. Di ciò che, di nuovo, deve essere convertito, ridotto all’eguale.

Allora, io credo, che sia il termine disagio a portarci fuori strada. Preferirei partire dalla parola risorsa, e soprattutto dalla domanda: “Cos’è risorsa?”. Ancora più specificamente “che cos’è risorsa per me”. Perché non esistono risorse generali, che vadano bene per tutti. Per capirci non mi riferisco a risorse come i soldi, le case, le macchine, i viaggi, e nemmeno al benessere, perché fanno riferimento a molte, troppe variabili che non si possono né prevedere né controllare, passatemi il termine. Mentre credo che sarebbe opportuno poterci concentrare su risorse che siano da noi influenzabili, indirizzabili.

Cosa mi viene in mente se penso alla parola risorsa?

Complessità

Vi ricordate che all’inizio parlavamo di paradigma dell’aut-aut? Gli studi, suggeriscono di modificarlo con il pardigma dell’et-et che ci permette di connettere, tenere insieme i paradossi, le ambiguità, le ambivalenze non risolte che poi si manifestano come contraddizioni. “Il paradigma della complessità sottolinea l’importanza di mettere in relazione l’insieme sia con gli elementi che lo costituiscono sia con il più ampio contesto in cui è inserito” (S. Corbella, 2003). In questo modo diviene possibile sostenere la presenta di molteplici verità relativi ai modelli e ai vertici di osservazione da cui si guarda alle cose e relativi ai differenti punti di vista per comprendere i fenomeni. La complessità ci confronta immediatamente con il limite perché si presenta con i tratti angoscianti dello scompiglio, del disordine e dell’incertezza. Ne deriva in questo senso il rischio di riportare tutto all’ordine, alla normalità e di ridurre la complessità stessa e quindi la maggior parte delle informazioni.

 Potere competente

Il potere senza competenza riguarda il potere di differenziare tra individui, è il potere di “sancire l’appartenenza e di regolare la vita secondo la decisione del “si-no”, univocamente” (Carli, 2001). Chi ha potere può costringere, è il potere dei singoli, che rende individui. Il potere della competenza è quel potere che permette di pensare che il comportamento non è mail della persona ma di essa dentro un contesto sociale al quale il comportamento in questione è funzionale…di qui vi faccio questa domanda a cosa è funzionale il disagio? L’ultima parola che mi viene in mente se penso a risorsa

 L’altro da me, l’estraneo, l’extra

L’altro da me è colui che non si consoce, che non posso ridurre entro un sistema o un’etichetta (il disagiato, per esempio). Negare l’altro significa semplificare i sistemi sociali in modo dicotomico riconducendo il mondo a due categorie: chi sta dentro un sistema d’appartenenza e ci si riconosce e chi, semplicemente no e per tale ragione viene configurato come nemico. Mi fa paura tutto il carico di categorie ignote che porta e le devo annientare, letteralmente fino a ridurle a ciò che penso/sento io.

Arriviamo a conclusione all’intervento sociale. Che ricadute può avere tutto ciò sul nostro intervento, sul nostri lavoro. Che succede se l’intervento che fa l’operatore non è pensato sull’Altro, sul target, quanto sull’idea a priori che l’operatore si è fatta di colui con cui deve lavorare?

Citando Daniela De Robertis, che ha partecipato al nostro convegno “Al Centro della fragilità” nel 2007, “se l’operatore è animato dall’idea che il bersaglio del suo intervento sia depositario anche di risorse, allora il suo intervento sarà sulla linea; se è animato dall’idea che l’anziano per esempio sia caratterizzato da deficit, limitazioni, pur reali, il suo intervento andrà su un’altra linea. Immaginiamo le persone con cui lavoriamo come fossero una stanza: quando cerchiamo qualcosa, se ce l’abbiamo messa la troviamo. Se il nostro pensiero è orientato ad un disagio, ci verrà restituito un disagio, con un intervento che risuonerà assistenzialista”, io dico come minimo. Peggio non servirà a nulla.

*Disagio sociale, disagio minorile, disagio scolastico, disagio personale, disagio indefinito, disagio economico, disagio familiare, disagio giovanile, disagio politico, disagio esistenziale, disagio psichico, disagio fisico, disagio psicologico, disagio neuropsicofisico, disagio lavorativo, disagio integrazionale, disagio emotivo, disagio empatico, disagio sportivo, disagio coercitivo, disagio sessuale, disagio mentale, disagio redentivo, disagio dipendenza, disagio patologico, disagio linguistico, disagio domestico, disagio razziale, disagio nazionale, disagio occupazionale, disagio generico, disagio chakra, disagio culturale, disagio abitativo, disagio bioclimatico, disagio redentore, disagio infantile, disagio adolescenziale, disagio tecnologico e molte altre nuove forme di disagio

** Centro Diurno Anziani Fragili Elianto, gestito dalla Iskra Cooperativa Sociale Onlus per conto dei Comuni di Monterotondo, Mentana e Fonte Nuova

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