GRUPPO DI PSICOTERAPIA

Là dove ti mostri fragile, individui il tuo plurale, Roland Barthes

La psicoterapia di gruppo, come quella individuale, è volta ad aiutare chi vorrebbe sviluppare le sue risorse nell’affrontare le difficoltà e i problemi della propria vita. Ma, mentre nella terapia individuale il paziente si incontra con una sola persona, il terapeuta), nella terapia di gruppo si incontra con un intero gruppo e un terapeuta che in alcuni casi può essere affiancato da un co-conduttore. 

La terapia di gruppo si focalizza sulle interazioni tra i partecipanti, in questo modo è possibile occuparsi a fondo dei problemi relazionali.

L’obiettivo della psicoterapia di gruppo è aiutare a risolvere le difficoltà emotive ed incoraggiare lo sviluppo personale dei partecipanti al gruppo. Il terapeuta sceglie come partecipanti al gruppo, chi può beneficiare da questo tipo di terapia e chi può avere un influenza positiva sugli altri membri del gruppo.

🗓 1 INCONTRO SETTIMANALE –  IL GIOVEDì DALLE 18,15 ALLE 19,45

VIA CORSICA 33 INT. 1 – MONTEROTONDO

L’inserimento in gruppo è sempre precedeuto da colloqui individuali

Per informazioni e costi

Mail: alessiafedeli@icloud.com – Cellulare 3391531422

Di soglie e confini. Dal 2020 al 2021

Confine diceva il cartello
cercai la dogana, non c’era
non vidi dietro il cancello
ombra di terra straniera
“.

Giorgio Caproni – “Falsa indicazione” in Il muro della terra

Foto presa dal web

Ogni anno che finisce in me fa sorgere la domanda: cosa mi porto in questo nuovo anno, cosa lascio indietro?

Cosa può naturalmente travasare da uno all’altro. E anche, cosa ci ha insegnato questo anno bisestile, così funesto e a dir poco complicato?

Oggi mi sento ancora sul confine di questo passaggio. O sulla soglia?

Dal latino confine “Cum finis” cioè il luogo dove si finisce assieme, dunque il punto di incontro.

Il suo omologo è frontiera, che è il luogo dove abbiamo di fronte qualcuno, dove lo possiamo guardare negli occhi, dunque conoscerlo. I confini sono luoghi di incontro e di conoscenza, particolarmente custoditi perché rendono possibile gli scambi.

Gli esseri umani non fanno altro che esistere sul confine di qualcosa, non fanno altro che trovarsi “tra”.  Una linea che circoscrive l’esistenza di ognuno. Eppure dentro in essa, astratta o reale, la persona si riconosce. E’ lei stessa che la traccia. 

ELENA ZAPPAROLI – “IN – OLTRE” – Mostra fotografica “Confini” – Una ‘linea’ che separa come limite comune.

Separa ma unisce al tempo stesso poiché è pur sempre un limite comune.

Spesso confondiamo il significato di confine descrivendolo come qualcosa che impone un fermarsi, un limite invalicabile. L’idea insita nel confine così inteso è, evidentemente, un’idea di segno, di soglia: il confine, nelle indicazioni della politica attuale, indica un limite invalicabile, uno stop, una soglia che può superare solo chi ha determinate carte in regola.

In realtà in latino per questo significato usiamo la parola limes che rimanda al concetto di limite e che condivide la radice con il limen, la soglia.

Quest’anno per me è stato l’anno della costruzione di reti professionali e la sensazione è di essere sempre con un atteggiamento di confine: nulla può essere dato per scontato, tutto va costruito nel momento dell’incontrarsi. E’ faticossissimo perché presuppone di conoscersi sufficientemente bene se stessi e mai dare per dato l’altro.

Sono convinta tuttavia che siamo tutti troppo grandi e insieme troppo piccoli per privarci di punti di incontro, di luoghi dove ci si possa guardare di fronte.

Spero che quest’anno ci riporti non solo la possibilità di abbracciarci ma di stringerci le mani anche.

Buon Anno a tutti

Maurits Cornelis Escher, Vincolo d’unione (1956; litografia, 25,3×33,9 cm; Collezione Giudiceandrea Federico; All M.C. Escher works © 2016 The M.C. Escher Company)

DISTINGUERE TRA FIDUCIA E FEDE

Questa mattina, appena sveglia, ho iniziato a girovagare coi miei pensieri su questi tempi che attraversiamo. Un tema, per esempio, che rimbalza ininterrottamente ora è quello del vaccino.

Ma a ben guardare non è così differente da come sono trattati altri temi. E nell’associare liberamente, durante il dormiveglia, la mia mente si è incagliata su una parola, “fiducia” e di quanto ne sento parlare, abusando del suo significato profondo.

Fiducia deriva dal latino fides, che significa “riconoscimento dell’affidabilità dell’altro”, indica, cioè, qualcosa che si conquista nella relazione e, necessariamente, richiede l’incontro con l’altro, un contatto.

Questa è la grandissima differenza tra fiducia e fede. Quest’ultima è un atto assoluto, non prevede relazione o incontro; alla fede ci si deve abbandonare mentre in un rapporto di fiducia questo non può avvenire.

La fides che sta alle spalle della nostra fiducia non è un atto istintivo, è invece un atto in cui abbiamo bisogno di familiarizzare, di esporci, di condividere, di saggiare la lealtà di chi ci sta davanti. Soltanto dopo tutto questo daremo fiducia. Quando abbiamo stabilito intimità, diventiamo sicuri che se il depositario della nostra fiducia dovrà decidere per noi lo farà nel nostro interesse” da Marco Balzano, Resto qui.

Quando emerge la necessità di fidarsi?

Il bisogno di fiducia nasce dalla consapevolezza dei nostri limiti che ci impongono di cercare qualcuno di cui fidarci.

Infatti è dalla consapevolezza del limite che nasce il bisogno di accogliere l’altro, in una relazione. Insufficienti a noi stessi fin dal primo momento quando la nostra sopravvivenza è collegata all’aspettativa che il bambino ripone nella madre che tornerà a nutrirlo.

Non è cosa da poco sapere che la fiducia è un atto sospeso.

Oggi pare si viva in una grossa bolla, nell’illusione cioè che possedere delle cose sia non solo sufficiente ma necessario. Questa illusione, non è indolore anzi,  alimenta il nostro senso di onnipotenza. Sappiate, però, che una medaglia è sempre fatta di due facce; l’altra faccia dell’onnipotenza è il suo opposto, l’impotenza.

Sentirsi onnipotenti ci sintonizza con un’idea di mercato che ci fa credere di essere autosufficienti. Quante volte abbiamo sentito la frase “la fiducia nei mercati”.

Ma che fiducia è?

La fiducia che ci viene chiesta non deriva dalla pratica, lenta e faticosa, della conoscenza. La fiducia che emerge nella comunicazione politica e pubblicitaria (potremmo chiamarla ricerca di consenso?) è calata dall’alto.

Non è fiducia, dunque, sembra piuttosto una richiesta di fede (ed ovviamente non può essere una fede perché non ne ha l’autorevolezza).

Quindi succede che il nostro essere soggetti, capaci di divenire, la nostra parte attiva prova ad essere eliminata: in questa dinamica non ci viene mai chiesto di partecipare, di essere in relazione nel cambiamento, di agire, se non quando dobbiamo dire sì, quando dobbiamo alzare la mano per votare la fiducia o per dire che anche noi vogliamo quel prodotto. Ci avete fatto caso?

Ed infatti scompare la relazione. La richiesta è di essere gli unici a dare fiducia, non c’è un’altra parte che ha teso la mano, ha costruito insieme a noi e che ci ha conquistati.

Per tale ragione ciò di cui spesso sentiamo parlare non sembra essere fiducia che non può esistere senza l’altro, se non c’è relazione. In una relazione si è almeno in due.

Indicazione operativa: perché è necessaria la fiducia?

A me sembra un antidoto contro la paura che sento dilagare.

Perché quello che mi pare di scorgere è un inferno fatto di assenza di dimensioni di profondità. Botte e risposte, consigli, vademecum, la rigidità del pensiero unico, nemico della complessità.

Poiché non sono brava coi grandi numeri, nelle vastità dei pensieri vacui mi perdo, e come me tanti altri, mi piace pensare che per ridurre questo inferno (cito Calvino) una strada utile sia quella della cura, di ciò che inferno non è, cioè della fiducia, appunto, per uscire dall’onnipotenza e costruire giorno per giorno ciò che è possibile, avendo cura di me e dell’altro e di quello che possiamo costruire insieme.  

Il poster è dell’illustratrice Lorenza Natarella per per la mostra Just Humans: 100 illustrazioni senza confini, curata da Graphic Days Torino e dal Museo Egizio.

OGNI CICATRICE HA LA SUA STORIA DA RACCONTARE

John William Waterhouse – olio – 102 x 159 cm – 1916 – (Lady Lever Art Gallery (Port Sunlight, United Kingdom))

Da adulti spesso ci capita di guardare le cicatrici che abbiamo sul corpo e ripensare al momento in cui ce le siamo procurate. Quando le cicatrici sono evidenti  le persone capita facciano domande su di esse. Ancor più spesso sono i bambini ad essere così liberi dai catenacci del pudore a domandare: “Come te la sei fatta?”, una sorta di proposta a condividere una storia personalissima, storia fatta di cadute, dolore probabilmente, di cure genitoriali, di emozioni di fragilità ma anche, forse, di spirito di avventura.

E’ giusto domandarsi se le nostre cicatrici sono diventate storie,  racconti narrabili a se stessi e agli altri.

Il pensiero narrativo

Jerome Bruner ha scritto, tra gli altri il testo La mente a più dimensioni (1986), in cui l’Autore descrive appunto la capacità di narrare è la dimensione fondamentale e insopprimibile del pensiero umano. Il pensiero narrativo – che costruisce infinite possibilità attraverso la parola, immagini, invenzioni e ricordi – è ciò che permette a ognuno di noi di creare il proprio mondo e la propria identità.

‹‹La narrativa ci offre un mezzo pronto e flessibile per trattare gli incerti esiti dei nostri progetti e delle nostre aspettative (…). E’ il nostro talento narrativo che ci dà la capacità di trovare un senso nelle cose quando non ce l’hanno››.  

Il pensieri narrativo, secondo Bruner, ci permette di:

1) dare senso alle esperienze che facciamo;

2) mettere in relazione le emozioni con la realtà esterna;

3) mettere in relazione il passato col presente;

4) aprire il presente al futuro.

Perché questo avvenga però è necessario tener conto anche della realtà emotiva. Se infatti è vero che quello che ci è accaduto non può essere cambiato, i pensieri e le emozioni su quei fatti si, possono essere ri-significati e ri-memorizzati.

Un esempio di narrazione

Ora vi propongo un salto enorme di cultura, andando cioè ad oriente, avrete sicuramente sentito parlare della tecnica chiamata kintsugi 金継ぎo kintsukuroi 金繕い, letteralmente oro (kin) e riunire, riparare, ricongiunzione “tsugi”.

Il pensiero che guida questo tipo di arte  giapponese è che, se buttare i cocci è un’azione certamente lecita,  ne abbiamo a disposizione anche un’altra che potrebbe essere interessante da un punto di vista del  nostro sviluppo di soggetti: prendere i cocci e raccontarci una storia, la nostra personalissima storia.

Di quelle linee di rottura, che sono solo nostre, che ci appartengono rendendoci unici e particolari, possiamo farci qualcosa e  i cocci possono essere riorganizzati. È da questa operazione che tutto si impreziosisce.

Come vedete, la cultura giapponese fa uso della metafora in modo esemplare: mentre ripara un vaso rotto in mente, come modello, ha che nessuna esperienza, per essere elaborata, dovrebbe essere sprecata. Dal modello si organizza successivamente una tecnica.

In genere, per riunire i pezzi di un oggetto di ceramica rotto e  sottolineare il valore della cicatrice, si usa un metallo prezioso  esaltando le nuove nervature create. Vengono quindi riuniti i frammenti dandogli un aspetto nuovo attraverso le cicatrici impreziosite.

Ogni pezzo riparato diviene unico e irripetibile, per via della casualità con cui la ceramica si frantuma e delle irregolari, ramificate decorazioni che si formano e che vengono esaltate dal metallo.

Le cicatrici sulla nostra pelle

Vi propongo la visione del reportage fotografico nel link, dal titolo “The Scare project. Breast cancer is not a pink ribbon” perchè mi sembra una narrazione efficace di un tentativo di trasformazione di un dolore da INDICIBILE a narrabile. http://www.thescarproject.org/

Il Progetto SCAR è una serie di ritratti su larga scala di giovani sopravvissute al cancro al seno scattate dal fotografo David Jay.

In superficie, una campagna di sensibilizzazione per le giovani donne, il messaggio più profondo del Progetto SCAR è quello dell’umanità.

In definitiva, il Progetto SCAR non riguarda il cancro al seno, ma la condizione umana stessa; le immagini trascendono la malattia, illuminando le cicatrici che ci uniscono tutti.

TRA RESILIENZA E RESISTENZA

Una delle parole più (ab)usate in questi tempi moderni è RESILIENZA intesa, semplificando, come una capacità di adattarsi a situazioni anche complicate e andare oltre. Non è una questione nuova, in altri tempi si chiamava capacità di adattamento (Piaget parlava si assimilazione e accomodamento come capacità di apprendere dal mondo e poi integrare le conoscenze nei nostri pattern).

A me piace pensare che questa parola/competenza sia associata ad un’altra che è RESISTENZA. Le penso insieme perchè dobbiamo ascoltare anche quel sentimento ad opporsi, quale sentimento di resistenza, appunto, che ci fa fermare e dire: MA ANCHE NO, questa cosa non mi piace, non la posso accettare. Anche dalla resistenza, da questa emozione possiamo apprendere.

Terzani scrive: “Non insegnate ai vostri figli ad adattarsi alla società, ad arrangiarsi con quel che c’è, dategli dei valori interiori (le emozioni come mappa, traduco io) con i quali possano cambiare la società (grazie alla conoscenza di cosa sentiamo, traduco io) e resistere al diabolico (dal greco dia ballo cioè getto attraverso, allude ad un gettare nella confusione*) progetto della globalizzazione dei cervelli”

Siamo sempre lì, resilienza e resistenza, un conto è pensarle come fenomeni, un altro conto è trattarle come emozioni da cui iniziare pensieri.

Nel link un articoletto da cui si può prendere qualcosa e altro lasciarlo, come tutto del resto. http://www.minimaetmoralia.it/…/meno-resilienza-piu-resist…/

* al contrario del SIMBOLO che dal greco simballo allude all’unire, al mettere insieme, integrando.