#8 Letture ai tempi del virus

INTERVISTA A EDGAR MORIN

Filosofo della complessità

“Dobbiamo vivere nell’incertezza”. Trad. Alessia Fedeli

Il link dell’articolo originale https://lejournal.cnrs.fr/articles/edgar-morin-nous-devons-vivre-avec-lincertitude

L’intervista è tratta dalla rivista CNRS Le Journal – Donner du sens à la science

Edgar Morin, sociologue

Confinato nella sua casa di Montpellier, il filosofo Edgar Morin rimane fedele alla sua visione globale della società. La crisi epidemica, ci dice, deve insegnarci a comprendere meglio la scienza e a vivere nell’incertezza. E per riscoprire una forma di umanesimo.

La pandemia di coronavirus ha brutalmente riportato la scienza al centro della società. La società si trasformerà di conseguenza?

Edgar Morin: Quello che mi colpisce è che gran parte del pubblico considerava la scienza un repertorio di verità assolute, affermazioni inconfutabili. E tutti furono rassicurati nel vedere che il presidente si era circondato di un consiglio scientifico. Ma cosa è successo? Molto rapidamente, è diventato chiaro che questi scienziati difendevano punti di vista molto diversi e talvolta contraddittori, sia sulle misure da adottare, sia sui possibili nuovi rimedi per rispondere all’emergenza, sulla validità di questo o quel farmaco, sulla durata delle sperimentazioni cliniche da intraprendere… Tutte queste controversie introducono il dubbio nella mente dei cittadini.

Sta dicendo che il pubblico rischia di perdere fiducia nella scienza?

E.M.: No, se capisce che la scienza vive e progredisce attraverso la polemica. I dibattiti sulla clorochina, per esempio, hanno sollevato la questione dell’alternativa tra urgenza o cautela. Il mondo scientifico aveva già sperimentato forti polemiche quando l’AIDS apparve negli anni Ottanta. Ciò che i filosofi della scienza ci hanno mostrato è proprio che la polemica è parte integrante della ricerca. La ricerca ne ha addirittura bisogno per progredire.

Purtroppo, pochissimi scienziati hanno letto Karl Popper, che ha stabilito che una teoria scientifica è tale solo se è confutabile, Gaston Bachelard, che ha posto il problema della complessità della conoscenza, o Thomas Kuhn, che ha mostrato chiaramente come la storia della scienza sia un processo discontinuo. Troppi scienziati non conoscono il contributo di questi grandi epistemologi e lavorano ancora da un punto di vista dogmatico.

La crisi attuale cambierà questa visione della scienza?

E.M.: Non posso prevederlo, ma spero che serva a rivelare quanto la scienza sia più complessa di quanto vorremmo credere – sia che ci schieriamo con chi la vede come un catalogo di dogmi, sia con chi vede gli scienziati solo come tanti virus Diafo (un ciarlatano nell’immaginario Le Malade di Molière, ndr) che si contraddicono continuamente…

La scienza è una realtà umana che, come la democrazia, si basa sul dibattito delle idee, anche se le sue modalità di verifica sono più rigorose. Nonostante ciò, le grandi teorie accettate tendono ad essere dogmatiche, e i grandi innovatori hanno sempre avuto difficoltà a far riconoscere le loro scoperte. L’episodio che stiamo vivendo oggi può quindi essere il momento giusto per sensibilizzare i cittadini e i ricercatori sulla necessità di comprendere che le teorie scientifiche non sono assolute, come i dogmi delle religioni, ma biodegradabili.

La catastrofe sanitaria, o la situazione di contenimento senza precedenti che stiamo vivendo: secondo lei, cosa colpisce di più?

E.M.: Non c’è bisogno di stabilire una gerarchia tra queste due situazioni, poiché la loro sequenza è stata cronologica e sta portando a una crisi che possiamo dire essere una crisi di civiltà, perché ci sta costringendo a cambiare il nostro comportamento e a cambiare le nostre vite, sia a livello locale che globale. Tutto questo è un insieme complesso. Se vogliamo guardarla da un punto di vista filosofico, dobbiamo cercare di fare il collegamento tra tutte queste crisi e riflettere soprattutto sull’incertezza, che è la sua caratteristica principale.

Ciò che è molto interessante della crisi del coronavirus è che non abbiamo ancora alcuna certezza sull’origine stessa di questo virus, né sulle sue diverse forme, sulle popolazioni che attacca, sul suo grado di nocività… Ma stiamo anche vivendo una grande incertezza su tutte le conseguenze dell’epidemia in tutte le aree, sociali, economiche…

Ma come pensa che queste incertezze costituiscano il legame tra tutte queste crisi?

E.M.: Perché dobbiamo imparare ad accettarli e a vivere con loro, anche se la nostra civiltà ci ha instillato la necessità di certezze sempre maggiori sul futuro, spesso illusorie, a volte frivole, quando ci è stato accuratamente descritto ciò che ci accadrà nel 2025! L’arrivo di questo virus dovrebbe ricordarci che l’incertezza rimane una parte inespugnabile della condizione umana. Tutte le assicurazioni sociali a cui potete iscrivervi non potranno mai garantire che non vi ammalerete o che sarete felicemente sposati! Cerchiamo di circondarci di un massimo di certezze, ma vivere è navigare in un mare di incertezza, attraverso isolotti e arcipelaghi di certezze su cui si possono trovare rifornimenti… 

È questa la tua regola di vita?

E.M.: È piuttosto il risultato della mia esperienza. Ho assistito a così tanti eventi imprevisti nella mia vita – dalla resistenza sovietica negli anni ’30 alla caduta dell’URSS, per parlare solo di due improbabili eventi storici prima che accadessero – che fa parte del mio modo di essere. Non vivo nell’ansia permanente, ma mi aspetto che si verifichino eventi più o meno catastrofici. Non dico di aver previsto l’attuale epidemia, ma da diversi anni dico, per esempio, che con il degrado della nostra biosfera, dobbiamo essere preparati ai disastri. Sì, questo fa parte della mia filosofia: “Aspettatevi l’imprevisto».

Inoltre, sono preoccupato per il destino del mondo dopo aver capito, leggendo Heidegger nel 1960, che stiamo vivendo nell’era globale, e poi nel 2000 che la globalizzazione è un processo che può causare tanti danni quanto benefici. Osservo anche che lo scatenarsi incontrollato dello sviluppo tecno-economico, spinto da una sete illimitata di profitto e favorito da una politica neoliberale generalizzata, è diventato dannoso e provoca crisi di ogni tipo. Da quel momento in poi, sono intellettualmente pronto ad affrontare l’imprevisto, ad affrontare gli sconvolgimenti.

Passando alla Francia, come giudica la gestione dell’epidemia da parte delle autorità pubbliche?

E.M.: Mi dispiace che alcune esigenze siano state negate, come la necessità di indossare una maschera, solo per… mascherare il fatto che non ce n’erano! E’ stato anche detto: i test sono inutili, solo per nascondere il fatto che non ne avevamo neanche noi. Sarebbe umano riconoscere che sono stati commessi degli errori e che li correggeremo. Responsabilità significa riconoscere i propri errori. Detto questo, ho notato che, nel suo primo discorso sulla crisi, il Presidente Macron non ha parlato solo di aziende, ma anche di dipendenti e lavoratori. Questo è un primo cambiamento. Speriamo che alla fine si liberi dal mondo finanziario: ha anche menzionato la possibilità di cambiare il modello di sviluppo?

Ci stiamo quindi muovendo verso un cambiamento economico?

E.M..: Il nostro sistema basato sulla competitività e sulla redditività ha spesso gravi conseguenze sulle condizioni di lavoro. La pratica massiccia del telelavoro che si realizza attraverso il confinamento può aiutare a cambiare il modo di operare di aziende ancora troppo gerarchiche o autoritarie. La crisi attuale può anche accelerare il ritorno alla produzione locale e l’abbandono dell’intera industria dell’usa e getta, restituendo al tempo stesso il lavoro agli artigiani e alle botteghe locali. In un momento in cui i sindacati sono molto deboli, sono tutte queste azioni collettive che possono avere un impatto sul miglioramento delle condizioni di lavoro.

Stiamo vivendo un cambiamento politico, in cui il rapporto tra individuo e collettivo si sta trasformando?

E.M.: L’interesse individuale ha dominato tutto, e ora la solidarietà si sta risvegliando. Guardate il mondo ospedaliero: questo settore era in uno stato di profondo dissenso e malcontento, ma di fronte all’afflusso di malati, sta dimostrando una straordinaria solidarietà. Anche se sono confinati, la popolazione lo ha capito applaudendo, la sera, tutte queste persone che si dedicano e lavorano per loro. Questo è senza dubbio un momento di progresso, almeno a livello nazionale.

Purtroppo non si può parlare di un risveglio della solidarietà umana o planetaria. Eppure noi, esseri umani di tutti i paesi, ci trovavamo già di fronte agli stessi problemi di fronte al degrado ambientale o al cinismo economico. Oggi, trovandoci tutti confinati, dalla Nigeria alla Nuova Zelanda, dovremmo renderci conto che i nostri destini sono legati, che ci piaccia o no. Questo sarebbe un momento per rinfrescare il nostro umanesimo, perché finché non vediamo l’umanità come una comunità di destino, non possiamo spingere i governi ad agire in modo innovativo.

Che cosa può insegnarci il filosofo che lei ci insegna a passare questi lunghi periodi di reclusione?

E.M. : È vero che per molti di noi che vivono gran parte della nostra vita lontano da casa, questo brusco confinamento può essere un terribile inconveniente. Penso che possa essere un’occasione per riflettere, per chiederci cosa è frivolo o inutile nella nostra vita. Non dico che sia saggio restare nella propria stanza tutta la vita, ma anche se si tratta solo del modo in cui mangiamo o beviamo, potrebbe essere il momento di liberarsi di tutta questa cultura industriale di cui conosciamo i vizi, il momento di disintossicarci da essa. È anche un’occasione per prendere coscienza in modo permanente di queste verità umane che tutti conosciamo, ma che sono represse nel nostro subconscio: che l’amore, l’amicizia, la comunione, la solidarietà sono ciò che compongono la qualità della vita.

#7 Letture ai tempi del virus

La Città Delle Cose Dimenticate – The Town Of Forgotten Things

Un libricino di Massimiliano Frezzato, un libro per bambini diremmo. Eppure, come del resto molte cose che sembrano riguardare il mondo dei più piccoli, rappresenta un’utile lettura anche per gli adulti, per gli educatori, nel senso più ampio del termine.

Quando possiamo accedere al simbolo e alla metafora, ai vissuti ne ritorna una capacità generativa che diventa estremamente nutriente e potenzialmente trasformativa per tutti.

Simbolo, infatti, è una parola che deriva dal greco simballo e che rimanda all’azione dell’unire, del mettere insieme. La metafora, che appartiene al contesto culturale in cui viene elaborata, ci permette di trasferire quanto scritto in molte altre esperienze personali, come quella che per esempio, stiamo vivendo tutti in questo preciso istante.

Ognuno colga i propri simboli e le proprie metafore da questa bella storia, ci sono tante possibilità di lettura.

…non so se sto sognando ma faccio del mio meglio. Osservo, imparo e mi prendo cura delle cose

La storia “semplicemente” racconta di un merlo che si prende cura di tutte le cose dimenticate.

Dal link potrete accedere al corto di 17 minuti in un unico disegno. Un film di animazione senza animazione, diretto da Massimiliano Frezzato e Francesco Filippi

Vedetelo, vale la pena. Per la poesia e anche per la musica di Elisa Misolidio

https://vimeo.com/398167137?fbclid=IwAR3BaPI3PaSXWqyV4ihyCgVK3IDWTXuIf3OOIBddypihEivfUBoe_hLPous

#6 Letture ai tempi del virus

Indicatore di Emergenza Emotiva il racconto di Stefano Massini

Esplosione-espansione

https://www.la7.it/piazzapulita/video/indicatore-di-resistenza-emotiva-il-racconto-di-stefano-massini-26-03-2020-315999?fbclid=IwAR3-S1gI_lpat9Qdm0nGY55tMBjyAiG_qpmxItPED1fiPG5Y9E7G7UWzkmA

Ieri ho avuto modo di ascoltare il monologo di Stefano Massini sull’emergenza emotiva che si fatica a ritenere emergenza. Bene non è così e in questo racconto mi sembra spiegato bene il perchè non lo sia.

Il trauma è qualcosa che ti coglie impreparato, per cui non hai files (not found), boe emotive a cui aggrapparti. Il legame tra persone deve poter rimanere, seppur lontano, seppur non in presenza. Curiamo il legame.

#5 Letture al tempo del virus

Stamattina c’è poesia, quella di una poetessa che mette in parole i movimenti emotivi degli essere umani con la grazia ma anche la concretezza di chi conosce la guerra e il perdono.

Indimenticabile il suo discorso quando le consegnarono il premio Nobel nel 1996. Quando lo lessi subito mi ha fatto pensare ad alcuni miei colleghi di lavoro.

l’ispirazione non è un privilegio esclusivo dei poeti o degli artisti in genere. C’è, c’è stato e sempre ci sarà un gruppo di individui visitati dall’ispirazione. Sono tutti quelli che coscientemente si scelgono un lavoro e lo svolgono con passione e fantasia.

Ci sono medici siffatti, ci sono pedagoghi siffatti, ci sono giardinieri siffatti e ancora un centinaio di altre professioni. Il loro lavoro può costituire un’incessante avventura, se solo sanno scorgere in esso sfide sempre nuove. Malgrado le difficoltà e le sconfitte, la loro curiosità non viene meno. Da ogni nuovo problema risolto scaturisce per loro un profluvio di nuovi interrogativi.

L’ispirazione, qualunque cosa sia, nasce da un incessante “non so”.

Di persone così non ce ne sono molte. La maggioranza degli abitanti di questa terra lavora per procurasi da vivere, lavora perché deve. Non sono essi a scegliersi il lavoro per passione, sono le circostanze della vita che scelgono per loro. Un lavoro non amato, un lavoro che annoia, apprezzato solo perché comunque non a tutti accessibile, è una delle più grandi sventure umane. E nulla lascia presagire che i prossimi secoli apporteranno in questo campo un qualche felice cambiamento.

Posso dire pertanto che se è vero che tolgo ai poeti il monopolio dell’ispirazione, li colloco comunque nel ristretto gruppo degli eletti dalla sorte.

OGNI CASO di W. Szymborska

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Poteva accadere.
Doveva accadere.
E’ accaduto prima. Dopo.
Più vicino. Più lontano.
E’accaduto non a te.
Ti sei salvato perché eri il primo.
Ti sei salvato perché eri l’ultimo.
Perché da solo. Perché la gente.
Perché a sinistra. Perché a destra.
Perché la pioggia. Perché un’ombra.
Perché splendeva il sole.
Per fortuna là c’era un bosco.
Per fortuna non c’erano alberi.
Per fortuna una rotaia, un gancio, una trave, un freno,
un telaio, una curva, un millimetro, un secondo.
Per fortuna sull’acqua galleggiava un rasoio.
In seguito a, poiché, eppure, malgrado.
Che sarebbe accaduto se una mano, una gamba,
a un passo, a un pelo
da una coincidenza.
Dunque ci sei? Dritto dall’animo ancora socchiuso?
La rete aveva solo un buco, e tu proprio da lì? Non c’è fine al mio stupore, al mio tacerlo.
Ascolta
come mi batte forte il tuo cuore.

#4 Letture ai tempi del virus

Le virtù del virus di Rocco Ronchi

Da leggere tutto, fino in fondo, per avere una boccata di ossigeno

Difficile non farsi prendere dal demone dell’analogia quando ci si misura con l’enormità dell’evento pandemia. Nelle riflessioni che accompagnano il suo diffondersi a macchia d’olio, il Covid 19 è diventato una sorta di metafora generalizzata, quasi il precipitato simbolico della condizione umana nella post-modernità. Era già successo, quarant’anni fa, con l’Hiv e si ripete puntualmente oggi. La pandemia si presenta come una sorta di experimentum crucis, grazie al quale sono verificate ipotesi che dalla politica vanno agli effetti della globalizzazione, alla trasformazione della comunicazione nel tempo della rete fino a raggiungere le vette della più rarefatta considerazione metafisica. Per l’isolamento, la diffidenza e il sospetto a cui induce, il virus è infatti ora “populista” o “sovranista”.

Per le pratiche emergenziali a cui costringe sembra universalizzare quello “stato di eccezione” che il Novecento teologico-politico ha lasciato in eredità al presente, confermando inoltre la tesi di Foucault sul carattere biopolitico del potere sovrano nella modernità (un potere che avrebbe il suo correlato nella produzione, gestione e amministrazione della “vita”). Per il suo essenziale anonimato sembra poi condividere l’immaterialità che si denuncia nel vituperato dominio del capitale finanziario. Per la sua capacità di contagio si coniuga perfettamente con la natura preriflessiva e “virale” della comunicazione in rete.

Last but non least il virus è il segno dell’eterna condizione umana

Casomai ci fossimo colpevolmente scordati della nostra mortalità, finitezza, contingenza, mancanza, ontologica deficienza ecc. ecc., ecco che il virus ce le rammenta, coartandoci alla meditazione e rimediando così alla nostra distrazione di consumatori compulsivi. Queste considerazioni non sono affatto illegittime. Sono, anzi, tutte pienamente fondate.

In questo consiste però anche il loro difetto. Se funzionano è perché riducono l’ignoto al noto.

Esse fanno del virus l’evidenza intuitiva che, per dirla con la lingua della fenomenologia, viene a “riempire” una attesa d’ordine teorico. Per l’intelligenza critica che si esercita sul fenomeno virus, Covid 19 è per lo più il nome da film di fantascienza con cui si certifica un sapere pregresso.

Ma se il virus ha la caratteristica dell’evento (e sarebbe veramente molto difficile negargli questo tratto) dell’evento deve avere anche la “virtù”. Gli eventi sono tali non perché “accadono” o, almeno, non solo per quello. Gli eventi non sono i “fatti”. A differenza dei semplici fatti, gli eventi hanno una “virtù”, una forza, una proprietà, una vis, cioè fanno qualcosa. Per questo l’evento è sempre traumatico al punto che si può dire che se non c’è trauma non c’è evento, se non c’è trauma non è successo letteralmente nulla.

Ora, cosa fanno gli eventi? Gli eventi producono trasformazioni che prima del loro aver luogo non erano nemmeno possibili. Cominciano infatti a esserlo solo “dopo” che l’evento ha avuto luogo. L’evento, insomma, è tale perché genera del possibile “reale”. Si tenga presente che “possibile” non vuole qui dire altro che praticabile.

Possibilità significa poter fare qualcosa

La possibilità non è niente di astratto, non è la libera immaginazione di altri mondi migliori di questo. Se si rimane su un piano pragmatico, senza indulgere alla metafisica, possibilità è solo “potenza” e potenza non è nient’altro che azione, attività determinata. La “virtù” dell’evento consiste allora nel rendere possibile modalità operative che, “prima”, erano semplicemente impossibili, addirittura impensabili.Ne consegue che l’evento può essere pensato solo a partire dal futuro che genera (e non dal passato), perché trasforma, perché crea del reale e con esso del possibile. Il senso comune è dunque nel giusto quando pensa l’evento come “occasione” per “fare di necessità virtù”.

Noi siamo troppo vicini all’evento Covid 19 per poter scorgere il futuro che reca in grembo e la nostra umanissima paura ci rende dei testimoni inaffidabili, ma alcuni segni del cambiamento di paradigma che esso comporta ci sono e mostrano un senso inatteso. Il più eclatante è probabilmente l’improvviso tracollo dell’ideologia del “muro”. Il virus è arrivato nel momento in cui il pianeta sembrava convergere nella condivisa persuasione che la sola risposta alle “minacce della globalizzazione” consistesse nella ridefinizione di confini armati e di identità forti. Il populismo, che detesta i libri, crede però, dogmaticamente, nel primato della “cultura” nel senso antropologico del termine.

Il suo senso della comunità è infatti storico, romantico e tradizionale. La sua comunità è locale per definizione, il suo nemico giurato è l’astrazione frigida del cosmopolitismo. Ancora più estranea alla sua sensibilità è poi la natura: nient’altro che una risorsa da sfruttare per il benessere della comunità (vedi Bolsonaro e la deforestazione dell’Amazzonia, Trump e la sua indifferenza alla questione del riscaldamento globale, l’odio salviniano per Greta…). Il populista non ha dubbi sulla tesi della “eccezione umana”. Ne fa, anzi, un articolo di fede. Aggiungerei che se bacia il crocifisso è perché vi vede confermata teologicamente proprio quella eccezione.

Ebbene, il virus, nel giro di pochissimi giorni, ad una velocità veramente pazzesca, ha costretto tutti, volenti o nolenti, a farsi carico, financo nei comportamenti più quotidiani (lavatevi le mani…), del destino della comunità mondiale e, ben oltre ad essa, della comunità dell’uomo con la natura.

Con la forza oggettiva del trauma, il virus mostra che il tutto è sempre implicato nella parte, che “tutto è in qualche modo in tutto” e che non ci sono nell’impero della natura regioni autonome che facciano eccezione. Non ci sono nella natura “imperi negli imperi” come li chiamava Spinoza per irridere la pretesa superiorità dello “spirito” sulla “materia”. Il monismo del virus è selvaggio e la sua immanenza crudele. Se la “cultura” desolidarizza, se erige steccati e costruisce generi, se definisce gradazioni nella partecipazione al titolo di essere umano e istituisce orrendi confini tra “noi” e i “barbari”, il virus “accomuna” e costringe a pensare a soluzioni “comuni”.

Nessuno nel tempo del virus può più pensare di salvarsi da solo né può pensare di farlo senza coinvolgere in questo processo la natura. Si dirà che la pandemia genera zone rosse, clausure domestiche, militarizzazioni del territorio. E questo è indubbio. Ma qui il muro assume un senso completamente diverso dal muro che il ricco costruisce per tenere lontano il povero. È un muro costruito per l’altro, chiunque esso sia.

Nel tempo del virus il “prossimo” è infatti ridotto radicalmente alla dimensione del “chiunque”. Il muro, in tutte le sue forme compreso il metro di distanza al bar, viene allora costruito per supplire la stretta di mano impossibile con quel “chiunque”. È una via di comunicazione e non il segno di una esclusione.

Prova ne è che la retorica fascista non ha potuto sbandierare quei muri come conferma della bontà della sua proposta segregazionista. Di fronte alla strapotenza del virus ha dovuto riporre, almeno momentaneamente, la sua più efficace arma.
Siamo troppo vicini all’evento anche per valutarne gli effetti sul piano politico. C’è tuttavia un fatto che va registrato.

Il virus sembra restituire alla politica il suo perduto primato

Il pensiero classico metaforizzava questo primato del politico nell’immagine del pilota della nave che deve destreggiarsi in un mare ostile. Essendo spiriti realisti, i classici sapevano che non c‘erano porti sicuri ove approdare per porre fine al viaggio. La navigazione, dicevano, è necessaria, vivere non è necessario.

L’“elemento” in cui bagna il politico è una natura dove la fortuna, il caso, l’alea giocano un ruolo ineliminabile. La “virtù” politica consisteva allora nel misurarsi con la strapotenza di questo elemento, governandolo con astuzia (metis) e resilienza. Il politico è tale proprio perché depone l’illusione “umana, troppo umana” di poter disporre della potenza degli elementi naturali, che invece ha rappresentato il sogno metafisico dell’umanità “moderna”, quell’umanità che ha pensato il rapporto con la natura nei termini di una guerra dello spirito contro la materia bruta. Primato del politico significa governo della natura non dominio.

E bisogna aggiungere, per chiarire la natura tutta “politica” di questo governo, quella formula così cara a Platone: kata dynamin, per quanto è possibile a un mortale. Ebbene, non c’è dubbio che è proprio l’ipotesi del dominio a venire ridicolizzata da un colpo di tosse a Wuhan ed è all’intelligenza pragmatica del pilota che si fa appello per governare, per quanto è possibile, la spontaneità di un processo che si fa in barba alle nostre intenzioni.

Covid 19 ha anche questa virtù: richiama la politica alla sua specifica responsabilità, le riconsegna quel primato che aveva illusoriamente lasciato ad altre istanze sovrane, alle quali si era subordinata, dichiarando la propria impotenza e accontentandosi di svolgere un ruolo esclusivamente tecnico.

Dopo Wuhan, invece, l’agenda non può che essere fissata da una politica che deve “barcamenarsi” (la virtù politica era detta “cibernetica” dai greci, vale a dire nautica) nel mare in tempesta di un contagio progressivo e apparentemente inarrestabile. Tant’è che ciò che fino a poche settimane sembrava solo una irrealistica pretesa, è divenuto una sorta di parola d’ordine. La politica, si dice, deve avere la priorità sull’economia. È questa che si deve piegare alle esigenze del Principe che ha cuore il destino del suo equipaggio.

Il virus, infine, dispone alla meditazione

Non credo però che l’oggetto di questa meditazione sia la contingenza dell’esistenza e la precarietà delle cose umane. Non abbiamo certo bisogno del Covid 19 per riflettere sulla nostra fragilità. Questa angoscia non ci ha mai veramente abbandonato (checché ne dicano i giornalisti che dagli studi televisivi pontificano sul fatto che, grazie al virus, un’umanità istupidita dai media, cioè da loro, avrebbe finalmente “riscoperto” la sua ontologica insicurezza). Il virus declina piuttosto l’esistenza, la nostra come quella di tutti gli altri, nel modo del “destino”.

Improvvisamente ci siamo sentiti trascinati da qualcosa di strapotente, che si fa nel silenzio degli organi, ignorando la nostra volontà. La libertà è così compromessa? Si deve avere una ben mediocre idea della libertà per pensare che essa confligga con la fatalità dell’accadere. Tra le virtù del virus bisogna annoverare la sua capacità di generare una idea più sobria di libertà: la libertà che si realizza nel fare qualcosa di ciò che il destino fa di noi.

Essere liberi è fare ciò che, nella situazione, si deve fare. Non è una astrazione da filosofi, questa. La vediamo incarnata nell’operosità, nella serietà, nella dedizione con cui migliaia di persone lavorano quotidianamente per rallentare il contagio.